Spigolando qua e la'
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Re: Spigolando qua e la'
spruzzo ha scritto:chi c'e' scrittu chiu' subba ara cartina natra sellia
A Creta c'e' Sellia sulla costa e c'e' una Sellion piu' internata, praticamente una Sellia e Sellia Marina
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Re: Spigolando qua e la'
chilli chi vinnaru e ca e duve su da marina?

spruzzo- Numero di messaggi: 478
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Re: Spigolando qua e la'
Si, sono quelli piu' vicini alla costa.
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Re: Spigolando qua e la'
Questo scritto risale al 1939 e mi e' stato spedito da un amico che ringrazio, ci sono diverse notizie storiche su Sellia.






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Re: Spigolando qua e la'
Esiste un'altra Sellion in Grecia, e' facile rintracciarla su Google Earth, non sembra un paese ma una localita'. Ricordo che gli antichi greci che arrivavano in Calabria solevano nominare i luoghi coi nomi dei posti d'origine.
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Re: Spigolando qua e la'
Girovagando su You Tube ho trovato un video di due turisti che passano da Sellia di Creta in macchina...........
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La Verità vi farà liberi.

Keope- Numero di messaggi: 829
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Re: Spigolando qua e la'
Origini di Sellia
Sicuramente uno dei più antichi insediamenti della zona, Sellia vanta una storia illustre, che si intreccia, in molti punti, con le vicissitudini storiche di Taverna e Catanzaro. Assai controverse sono, però, le versioni storiche sulle origini del borgo, supportate, peraltro, da un’esile documentazione storiografica.
Secondo quanto scrive il Galas nella sua “Cronaca” del XV secolo, Sellia fu fondata, tra il IX e X secolo, da gruppi di profughi provenienti dall’antica città costiera di Trischene, i quali, per sfuggire ai terribili assalti dei Saraceni, si rifugiarono sul monte Sellion, la cui posizione rupestre garantiva una maggiore difesa contro gli attacchi nemici. Qui diedero vita ad un nuovo centro che chiamarono Asilia, da cui derivò poi il nome Sellia. A questo punto, però, prima di proseguire nel rievocare l’antico passato di Sellia, è opportuno aprire una breve parentesi riguardante la città di Trischene. Le vicende di questa città vengono illustrate, sia nella “Cronaca” del Galas del 1450 sopra menzionata, sia nella “Chronica Trium Tabernarum”, redatta dal canonico catanzarese Ruggero Carbonello, vissuto nel XV secolo, e riportata dall’Ughelli nel IX Libro della sua “Italia Sacra”. In tali scritti si narra che, al tempo in cui la Calabria era sotto il dominio dei Bizantini ed i Saraceni infestavano le sue coste, nel territorio compreso tra Squillace e Crotone, presso la foce dei fiumi Marvotrinchison (l’attuale Simeri) ed Aroca (l’odierno Crocchio), esisteva una città molto popolata, detta Trischene (dal greco “Treis Schenè”), perché composta dall’unione di tre centri abitati, in cui si trovavano tre chiese principali. La città si era ingrandita per una continua aggregazione di genti latine e greche. Fra questi ultimi, vi erano anche monaci itineranti giunti in Calabria, nel 726 d.C., in seguito all’occupazione araba della Palestina ed alla furia delle persecuzioni iconoclaste, volute da Leone III l’Isaurico, che aveva decretato la distruzione delle immagini sacre per purificare la fede da tentazioni idolatriche. Trischene divenne, ben presto, una ricca e fiorente città, favorita dalla posizione propizia sia ai traffici marittimi che terrestri. Questo grosso borgo, poi sede vescovile, fu distrutto dai Saraceni durante le loro incursioni lungo le coste calabre ed i suoi abitanti, esposti al pericolo della violenza e della deportazione, fuggirono verso le zone montuose e collinose in cerca di sicurezza. Qui, in luoghi fortificati e sicuri, lontani dal mare, vennero edificati dei nuovi centri. Fu allora che i superstiti della distrutta Trischene si separarono. I latini, guidati da Julo Catimero, si stabilirono in direzione sud-est, sul monte Sellion, dove fondarono Asilia. I greci, invece, si divisero: alcuni gruppi si fermarono nella media valle del Simeri, edificandovi un castello, che aveva una funzione d’avamposto, in quanto sbarrava la via verso i monti; altri, al contrario, andarono oltre, verso i boschi di Peseca dove, tra le montagne, costruirono una fortezza chiamata Taverna.
Sellia, così come Simeri, assunse ben presto, la funzione di avamposto difensivo sulla via d’accesso alla nuova città di Taverna. In quello stesso tempo venne fondata anche Catanzaro.
Molti insigni studiosi hanno dibattuto a lungo sull’effettiva esistenza di Trischene. Non v’è dubbio, però, che la città sia realmente esistita.Per ciò che riguarda il nostro caso, è pertanto probabile che Sellia sia stata fondata dagli abitanti di Trischene, sfuggiti alla sua distruzione.
Tuttavia, reperti archeologici, rinvenuti nei dintorni del paese, fanno supporre che Sellia esistesse già molto tempo prima della venuta di questi fuggiaschi e che la sua origine sia, quindi, di gran lunga anteriore al IX-X secolo. Infatti, durante una Campagna di scavi archeologici condotta, nel 1880, dall’ing. Giuseppe Foderaro, un appassionato di archeologia, fu ritrovata, nel burrone Pallara, un’ascia di bronzo di fattura greca simile e addirittura anteriore a quella recuperata nella valle del Coscile, dove era ubicata l’antica città di Sibari. Della suddetta scure, poi trafugata, manca tuttora, qualsiasi tipo di documentazione storica. In realtà, secondo una consolidata tradizione popolare mai, però, pienamente documentata, si presume che, nel luogo del ritrovamento, fosse edificato un piccolo tempio dedicato alla dea Pallade, da cui prese volgarmente nome il burrone, detto, appunto, Pallara. Pallade era, uno degli appellativi con cui era chiamata Atena, divinità dell’Olimpo greco, dea della sapienza e della saggezza, protettrice delle scienze e delle arti, nonché della città di Atena. Le erano sacri l’ulivo e la civetta e per tale motivo, in scultura ed in pittura è rappresentata con l’elmo, la lancia, l’ulivo, il serpente e la vittoria alata. L’ipotesi che Sellia abbia origini antichissime, è, comunque, anche confermata da quanto Giovanni Balletta scrive nel suo libro: “La Calabria nel suo periodo eccelso”. Leggendo un articolo della prof.ssa Enrica Fiandra, illustre archeologa appassionata di Creta, pubblicato sulla rivista “Le Scienze-American Scientific”, egli notò che il paese di Sellia appariva su una mappa degli antichi siti abitativi dell’isola di Creta. Successivamente, scoprì non solo che, in tutto il mondo, tale toponimo si può ritrovare soltanto in Calabria e a Creta, ma anche che il sito geografico di Sellia cretese combacia con la zona dove sono ubicati i due paesi di Sellia calabresi. Il legame affettivo che unisce lo studioso a Sellia, paese di origine dei suoi antenati di ramo materno, lo portò ad approfondire le sue analisi. I suoi studi gli permisero di individuare un sottile ma tenace filo tra la Calabria, detta anticamente Bruzio, Creta ed i Fenici. Tra il 1400 ed il 1200 a.C., si verificò una forte immigrazione di questi popoli mediorientali, che giunsero in Calabria, integrandosi con le popolazioni autoctone. La fondazione di Sellia potrebbe, dunque, risalire a questo periodo.
L’interesse di queste genti verso le nostre coste fu motivato dalla presenza di foreste di pino, il cui legno era essenziale per la costruzione di navi, vitali per lo svolgimento dei commerci e delle imprese militari. A ciò si aggiungeva anche la produzione della pece nera del Bruzio, cioè quel residuo catramoso, che si ottiene da un particolare modo di combustione degli alberi, e che serviva per sigillare i fasciami delle navi in legno ed impedire, così, che l’acqua entrasse nella stiva. Questi popoli trovarono, quindi, qui da noi un importante luogo dove fornirsi di materie prime da destinare al commercio internazionale e procurarono, nello stesso tempo, una ricchezza diffusa nella regione. Sulle colline pedemontane venne impostata, inoltre, la coltivazione intensiva dell’ulivo, dal momento che questa pianta era una delle maggiori coltivazioni in uso a Creta. Lo stesso culto dell’ospitalità, proprio dei Calabresi, accoglienti nei confronti dell’ospite forestiero, è, sempre secondo il Balletta, anche derivato dalla tradizione cretese. L’afflusso in Calabria dei Cretesi e dei Fenici risulta, comunque, chiaro ed evidente, sia dalla presenza di toponimi di derivazione cretese, sia dai ritrovamenti archeologici. I nomi di alcuni paesi calabresi, quasi tutti posizionati lungo la Calabria ionica, hanno, infatti, una forte assonanza fonetica con i siti mediorientali di Creta; mentre quattro esemplari di scarabeo, rinvenuti tra i sepolcri di Simeri Crichi e facenti parte della Collezione Foderaro, seppur di imitazione, sono di tipo fenicio o cartaginese. La fine improvvisa di questa evoluta e ricca civiltà cessò con l’avvento dei Romani, che avviarono un rapido sfruttamento delle risorse boschive della Sila e causarono l’imbarbarimento di una colta popolazione. E’ opportuno sottolineare che, per quanto le supposizioni dello studioso possano risultare ardite ed inedite, esse appaiono piuttosto interessanti per la ricostruzione delle origini del nostro paese.
Un’ulteriore conferma che il luogo fosse abitato sin dal paganesimo, viene da quanto riportato dal compianto arciprete di Sellia, Don Giuseppe Rosi. Egli rilevò che, sull’altare della chiesetta di S. Angelo, sita nell’omonimo rione, vi erano incise queste parole: “Hoc transiit Timotheus” (“Da qui passò Timoteo”). Timoteo, che visse nel I secolo d.C., fu propagandista della fede cristiana e discepolo dell’apostolo S. Paolo, che seguì fino a Roma, dove venne martirizzato da Nerone. E’ probabile che Timoteo sia effettivamente passato di qui quando S. Paolo sbarcò a Reggio, prima di giungere a Roma. Narrano, infatti, gli Atti degli Apostoli che S. Paolo, recandosi a Roma, approdò a Reggio, dove ebbe modo di fare i primi proseliti, i quali contribuirono a diffondere il Cristianesimo nel resto della regione. Della chiesetta e dell’iscrizione, oggi, purtroppo, non rimane alcuna traccia. L’indagine archeologica avrebbe potuto fornirci degli elementi utili sulla costituzione del borgo e forse diradare alcuni punti oscuri della storia più remota del paese, mentre oggi, l’impresa è pressoché impossibile a causa della dispersione delle fonti. A ciò si aggiungono le forti trasformazioni del territorio comunale, causate da calamità naturali quali terremoti ed alluvioni, che hanno completamente cancellato o ben celato le tracce di queste antiche testimonianze storiche, lasciando poche vestigia del glorioso passato di Sellia.
Sicuramente uno dei più antichi insediamenti della zona, Sellia vanta una storia illustre, che si intreccia, in molti punti, con le vicissitudini storiche di Taverna e Catanzaro. Assai controverse sono, però, le versioni storiche sulle origini del borgo, supportate, peraltro, da un’esile documentazione storiografica.
Secondo quanto scrive il Galas nella sua “Cronaca” del XV secolo, Sellia fu fondata, tra il IX e X secolo, da gruppi di profughi provenienti dall’antica città costiera di Trischene, i quali, per sfuggire ai terribili assalti dei Saraceni, si rifugiarono sul monte Sellion, la cui posizione rupestre garantiva una maggiore difesa contro gli attacchi nemici. Qui diedero vita ad un nuovo centro che chiamarono Asilia, da cui derivò poi il nome Sellia. A questo punto, però, prima di proseguire nel rievocare l’antico passato di Sellia, è opportuno aprire una breve parentesi riguardante la città di Trischene. Le vicende di questa città vengono illustrate, sia nella “Cronaca” del Galas del 1450 sopra menzionata, sia nella “Chronica Trium Tabernarum”, redatta dal canonico catanzarese Ruggero Carbonello, vissuto nel XV secolo, e riportata dall’Ughelli nel IX Libro della sua “Italia Sacra”. In tali scritti si narra che, al tempo in cui la Calabria era sotto il dominio dei Bizantini ed i Saraceni infestavano le sue coste, nel territorio compreso tra Squillace e Crotone, presso la foce dei fiumi Marvotrinchison (l’attuale Simeri) ed Aroca (l’odierno Crocchio), esisteva una città molto popolata, detta Trischene (dal greco “Treis Schenè”), perché composta dall’unione di tre centri abitati, in cui si trovavano tre chiese principali. La città si era ingrandita per una continua aggregazione di genti latine e greche. Fra questi ultimi, vi erano anche monaci itineranti giunti in Calabria, nel 726 d.C., in seguito all’occupazione araba della Palestina ed alla furia delle persecuzioni iconoclaste, volute da Leone III l’Isaurico, che aveva decretato la distruzione delle immagini sacre per purificare la fede da tentazioni idolatriche. Trischene divenne, ben presto, una ricca e fiorente città, favorita dalla posizione propizia sia ai traffici marittimi che terrestri. Questo grosso borgo, poi sede vescovile, fu distrutto dai Saraceni durante le loro incursioni lungo le coste calabre ed i suoi abitanti, esposti al pericolo della violenza e della deportazione, fuggirono verso le zone montuose e collinose in cerca di sicurezza. Qui, in luoghi fortificati e sicuri, lontani dal mare, vennero edificati dei nuovi centri. Fu allora che i superstiti della distrutta Trischene si separarono. I latini, guidati da Julo Catimero, si stabilirono in direzione sud-est, sul monte Sellion, dove fondarono Asilia. I greci, invece, si divisero: alcuni gruppi si fermarono nella media valle del Simeri, edificandovi un castello, che aveva una funzione d’avamposto, in quanto sbarrava la via verso i monti; altri, al contrario, andarono oltre, verso i boschi di Peseca dove, tra le montagne, costruirono una fortezza chiamata Taverna.
Sellia, così come Simeri, assunse ben presto, la funzione di avamposto difensivo sulla via d’accesso alla nuova città di Taverna. In quello stesso tempo venne fondata anche Catanzaro.
Molti insigni studiosi hanno dibattuto a lungo sull’effettiva esistenza di Trischene. Non v’è dubbio, però, che la città sia realmente esistita.Per ciò che riguarda il nostro caso, è pertanto probabile che Sellia sia stata fondata dagli abitanti di Trischene, sfuggiti alla sua distruzione.
Tuttavia, reperti archeologici, rinvenuti nei dintorni del paese, fanno supporre che Sellia esistesse già molto tempo prima della venuta di questi fuggiaschi e che la sua origine sia, quindi, di gran lunga anteriore al IX-X secolo. Infatti, durante una Campagna di scavi archeologici condotta, nel 1880, dall’ing. Giuseppe Foderaro, un appassionato di archeologia, fu ritrovata, nel burrone Pallara, un’ascia di bronzo di fattura greca simile e addirittura anteriore a quella recuperata nella valle del Coscile, dove era ubicata l’antica città di Sibari. Della suddetta scure, poi trafugata, manca tuttora, qualsiasi tipo di documentazione storica. In realtà, secondo una consolidata tradizione popolare mai, però, pienamente documentata, si presume che, nel luogo del ritrovamento, fosse edificato un piccolo tempio dedicato alla dea Pallade, da cui prese volgarmente nome il burrone, detto, appunto, Pallara. Pallade era, uno degli appellativi con cui era chiamata Atena, divinità dell’Olimpo greco, dea della sapienza e della saggezza, protettrice delle scienze e delle arti, nonché della città di Atena. Le erano sacri l’ulivo e la civetta e per tale motivo, in scultura ed in pittura è rappresentata con l’elmo, la lancia, l’ulivo, il serpente e la vittoria alata. L’ipotesi che Sellia abbia origini antichissime, è, comunque, anche confermata da quanto Giovanni Balletta scrive nel suo libro: “La Calabria nel suo periodo eccelso”. Leggendo un articolo della prof.ssa Enrica Fiandra, illustre archeologa appassionata di Creta, pubblicato sulla rivista “Le Scienze-American Scientific”, egli notò che il paese di Sellia appariva su una mappa degli antichi siti abitativi dell’isola di Creta. Successivamente, scoprì non solo che, in tutto il mondo, tale toponimo si può ritrovare soltanto in Calabria e a Creta, ma anche che il sito geografico di Sellia cretese combacia con la zona dove sono ubicati i due paesi di Sellia calabresi. Il legame affettivo che unisce lo studioso a Sellia, paese di origine dei suoi antenati di ramo materno, lo portò ad approfondire le sue analisi. I suoi studi gli permisero di individuare un sottile ma tenace filo tra la Calabria, detta anticamente Bruzio, Creta ed i Fenici. Tra il 1400 ed il 1200 a.C., si verificò una forte immigrazione di questi popoli mediorientali, che giunsero in Calabria, integrandosi con le popolazioni autoctone. La fondazione di Sellia potrebbe, dunque, risalire a questo periodo.
L’interesse di queste genti verso le nostre coste fu motivato dalla presenza di foreste di pino, il cui legno era essenziale per la costruzione di navi, vitali per lo svolgimento dei commerci e delle imprese militari. A ciò si aggiungeva anche la produzione della pece nera del Bruzio, cioè quel residuo catramoso, che si ottiene da un particolare modo di combustione degli alberi, e che serviva per sigillare i fasciami delle navi in legno ed impedire, così, che l’acqua entrasse nella stiva. Questi popoli trovarono, quindi, qui da noi un importante luogo dove fornirsi di materie prime da destinare al commercio internazionale e procurarono, nello stesso tempo, una ricchezza diffusa nella regione. Sulle colline pedemontane venne impostata, inoltre, la coltivazione intensiva dell’ulivo, dal momento che questa pianta era una delle maggiori coltivazioni in uso a Creta. Lo stesso culto dell’ospitalità, proprio dei Calabresi, accoglienti nei confronti dell’ospite forestiero, è, sempre secondo il Balletta, anche derivato dalla tradizione cretese. L’afflusso in Calabria dei Cretesi e dei Fenici risulta, comunque, chiaro ed evidente, sia dalla presenza di toponimi di derivazione cretese, sia dai ritrovamenti archeologici. I nomi di alcuni paesi calabresi, quasi tutti posizionati lungo la Calabria ionica, hanno, infatti, una forte assonanza fonetica con i siti mediorientali di Creta; mentre quattro esemplari di scarabeo, rinvenuti tra i sepolcri di Simeri Crichi e facenti parte della Collezione Foderaro, seppur di imitazione, sono di tipo fenicio o cartaginese. La fine improvvisa di questa evoluta e ricca civiltà cessò con l’avvento dei Romani, che avviarono un rapido sfruttamento delle risorse boschive della Sila e causarono l’imbarbarimento di una colta popolazione. E’ opportuno sottolineare che, per quanto le supposizioni dello studioso possano risultare ardite ed inedite, esse appaiono piuttosto interessanti per la ricostruzione delle origini del nostro paese.
Un’ulteriore conferma che il luogo fosse abitato sin dal paganesimo, viene da quanto riportato dal compianto arciprete di Sellia, Don Giuseppe Rosi. Egli rilevò che, sull’altare della chiesetta di S. Angelo, sita nell’omonimo rione, vi erano incise queste parole: “Hoc transiit Timotheus” (“Da qui passò Timoteo”). Timoteo, che visse nel I secolo d.C., fu propagandista della fede cristiana e discepolo dell’apostolo S. Paolo, che seguì fino a Roma, dove venne martirizzato da Nerone. E’ probabile che Timoteo sia effettivamente passato di qui quando S. Paolo sbarcò a Reggio, prima di giungere a Roma. Narrano, infatti, gli Atti degli Apostoli che S. Paolo, recandosi a Roma, approdò a Reggio, dove ebbe modo di fare i primi proseliti, i quali contribuirono a diffondere il Cristianesimo nel resto della regione. Della chiesetta e dell’iscrizione, oggi, purtroppo, non rimane alcuna traccia. L’indagine archeologica avrebbe potuto fornirci degli elementi utili sulla costituzione del borgo e forse diradare alcuni punti oscuri della storia più remota del paese, mentre oggi, l’impresa è pressoché impossibile a causa della dispersione delle fonti. A ciò si aggiungono le forti trasformazioni del territorio comunale, causate da calamità naturali quali terremoti ed alluvioni, che hanno completamente cancellato o ben celato le tracce di queste antiche testimonianze storiche, lasciando poche vestigia del glorioso passato di Sellia.
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Re: Spigolando qua e la'
Ho trovato questa lista di nomi che risale all'epoca fascista, forse molti di voi troveranno i nomi di qualche nonno.


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Re: Spigolando qua e la'
C'evamo pavecchi fascisti a Sellia, d'altvonde mica potevano adevive al PC, se no lo vedevi scovveve l'olio di vicino.

Ludovico- Numero di messaggi: 26
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Re: Spigolando qua e la'
Praticamente c'erano tutte le fdamiglie di Sellia. Ma ... si poteva fare diversamente.????.

jhonatan- Numero di messaggi: 30
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Re: Spigolando qua e la'
Ludovico,oltre all'olio di ricino,se non bastava c'era pura l'acqua da "salinella" 

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carpe diem

007- Numero di messaggi: 1502
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Re: Spigolando qua e la'
è un piacere leggere quei nomi, me ne ricordo parecchi
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Il riso è il sole che scaccia l'inverno dal volto umano. ( VICTOR HUGO )

Tonino- Numero di messaggi: 856
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Re: Spigolando qua e la'
Riti Religiosi e curiosità nella tradizione dei paesi della Comunità Montana
La Calabria, come ben noto, fu meta di numerose invasioni che lasciarono una grossa impronta "etico - culturale" nelle miriadi di paesini dislocati dal mare sin sopra la Sila, dando così vita a diverse tradizioni , costumi e culture popolari che ancora oggi, alle soglie del terzo millennio, sono rimaste inalterate. Infatti in ogni zona e paese della regione è possibile trovare tradizioni e costumi che, seppur evidenziano delle caratteristiche comuni tra di loro , si presentano allo stesso tempo singolari e originali. Il Matrimonio può essere identificato come uno di questi riti; esso ha inizio con il "corteggiamento" : la società del passato, con le sue credenze, con la sua rigida morale, non favoriva di certo gli incontri fra i giovani di sesso differente, cosicché il ragazzo aveva la possibilità di scegliere una fanciulla solo quando questa andava in campagna, o a prendere l’acqua o a svolgere qualche altra commissione (ovviamente in tempi ristretti e controllati). Scelta la fanciulla, veniva riferita la scelta e quindi la proposta di matrimonio al padre da parte di un parente o amico (la cosiddetta "mbasciata" ). Il padre-padrone aveva pieni poteri sulla scelta del genero e nella scelta mirava a tutelare l’onore dell’intera famiglia. Se acconsentiva, avveniva il fidanzamento con l’intervento dei familiari da entrambe le parti. Nel caso in cui "malauguratamente" rifiutava, ai due fidanzati non restava altro che scappare di casa per alcuni giorni ("la fujitina") in modo da costringere i genitori a dare il permesso di sposarsi anche perché ormai l’onore della famiglia era stato infangato. Oppure al giovane non rimaneva che conquistare il favore del suocero, cantando insieme i suoi amici una serenata sotto il balcone. Durante il periodo di fidanzamento, ai due fanciulli non era consentito uscire da soli e neanche scambiarsi qualche tenerezza (neanche una stretta di mano). Nelle feste come Natale o Pasqua, le due famiglie si scambiavano il cosiddetto "cannistru" cioè un grande cesto di doni. Con l'avvicinarsi del matrimonio, si iniziavano i preparativi con la conclusione del corredo da parte della ragazza e l’acquisto della casa da parte del ragazzo secondo il detto "a fimmina u corredu l’ominu a casa". L’acquisto dei mobili per l’arredo della futura casa avveniva in modo diverso da paese in paese; infatti mentre a Taverna e a Sorbo, l’uomo arredava la stanza da letto e comprava il corredo per il bagno e le pentole, alla donna toccava il resto della mobilia; a Zagarise , Cerva , Sersale la spesa veniva divisa tra le due famiglie. Un uso molto complesso riguardava anche l’acquisto dell’abito da sposa; nei paesini appena citati era d’uso che venisse comprato o dal ragazzo ,se lavorava, o dalla suocera, che regalava oltre al vestito anche la parure (cioè anello ,girocollo, bracciale e orecchini), ma in genere questo regalo veniva fatto alla ragazza il giorno della promessa. Pochi giorni prima che avvenisse il matrimonio ,nella casa della sposa si procedeva alla stima del corredo da parte dei familiari più intimi di entrambe le parti (Sersale, Cropani). A Sorbo il giorno seguente alla promessa, il corredo veniva mostrato nella casa dei futuri sposi; nei paesini della Pre-Sila addirittura era uso portare in giro per il paese l’intero corredo. Il matrimonio in genere veniva celebrato di domenica; il giovedì precedente al matrimonio, le consuocere preparavano il letto degli sposi con lenzuola di lino bianche. Com’è d’uso ancora oggi, dopo la solenne celebrazione del matrimonio, all’uscita dalla Chiesa agli sposi vengono buttati riso, confetti e monetine, simboli di ricchezza e fecondità. I festeggiamenti continuavano a casa degli sposi dove avveniva il pranzo con l’intervento dei parenti più intimi. Il pranzo era composto da antipasti di sottaceti vari e salami, il primo a base di pasta di casa con polpettine, il secondo con carne di capra o pecora; i festeggiamenti si concludevano con canti, balli e suoni. Il giorno dopo, i parenti e gli amici più intimi erano invitati ad un banchetto (Sersale, Cerva). Coloro che invece non avevano preso parte al matrimonio, portavano i loro doni nei giorni successivi. La prima notte era molto importante per gli sposi, poiché coronavano il loro sogno d’amore concedendosi non solo spiritualmente ma anche fisicamente l’uno all’altra. Il giorno dopo a Sersale (secondo le antiche credenze del luogo) era d’uso appendere le lenzuola sporche di sangue, a testimonianza che il matrimonio era stato consumato e che la sposa era vergine. A Sorbo se lei era vergine, il marito bruciava una sedia e sempre in questo paesino gli sposi uscivano di casa la domenica successiva, con i parenti più intimi, per andare in chiesa. La vita da sposa, per la ragazza, era dedita ai lavori domestici, a filare, tessere e ricamare . Qualche volta andavano in campagna per la raccolta o la mietitura, solo se era in forza, cioè se non era incinta; nel caso in cui lo fosse ,veniva viziata un po’ da tutti, in particolare modo dalla suocera, viziata nel senso che ogni voglia della futura mamma doveva essere esaudita per evitare che sul corpicino del neonato apparissero le sgradevoli voglie o "gulie". Nato il bambino, si doveva rispettare la tradizione (ancora oggi presente) del "rinnovo", in base alla quale il bambino doveva essere battezzato col nome dei nonni paterni. In genere i bambini venivano battezzati a pochi giorni dalla nascita per il semplice motivo che purtroppo la maggior parte di loro non superavano le 48 ore, a causa delle epidemie, della mancanza di medicinali; quindi in caso di morte, i bambini erano purificati dal peccato originale. Per il battesimo, era uso che la madrina portasse in chiesa il bambino comprasse il vestitino bianco e la catenina. Le tradizioni riguardanti i riti funebri sono comuni a tutti i paesini che circondano la Sila; nella maggior parte di essi, alla morte di un componente della famiglia, venivano suonate le campane e sulla porta del defunto veniva posto un pezzo di stoffa nero in modo che tutto il paese si associasse al dolore della famiglia, con tutta la solidarietà possibile. Solidali lo erano anche prima che il defunto morisse: ogni giorno andavano a fargli visita con la speranza di avere buone notizie. A San Pietro, prima che morisse, si riempivano tutti i vasi che si trovavano in casa poiché credevano che, nell’ultima notte del moribondo, venissero a fargli visita le anime dei parenti più cari e che questi assetati trovassero ristoro con l'acqua. In genere la salma, una volta accertata la morte, veniva vestita con l’abito più bello e veniva portata nella stanza migliore, e tutti i mobili venivano ricoperti con lenzuola bianche e posta prima sul letto e poi nella bara che rimane scoperta per molte ore, consentendo ai parenti che risiedono lontano, di giungervi. I dolenti si vestivano tutti di nero (le donne si scioglievano anche i capelli) e si mettevano intorno alla bara, piangenti per la perdita del caro. Gli amici si recavano a casa dell’estinto per fare la visita di condoglianza ai parenti, entravano silenziosi senza salutare nessuno e rimanevano lì un po’ tempo, dopodiché andavano via dando le condoglianze ai familiari. Gli amici più intimi invece, portavano il "consulu" (Zagarise, Sersale, Taverna, Sorbo), un banchetto composto da brodino in segno di consolazione e solidarietà. Durante il trasporto del feretro, che avveniva dopo la chiusura della bara e l’ultima benedizione da parte del prete, le donne continuavano a piangere e in questo corteo, "accumpagnamentu", prendeva parte il popolo e anche le "chiangiature",delle donne pagate per gridare e piangere, che tra un pianto e l’altro, lodavano le gesta del defunto (Petronà, Taverna, Magisano). Questo però era ritenuto un lusso, poiché solo le persone più agiate si potevano permettere la presenza delle chiangiature. Un altro lusso era quello riguardante le "Cutre" (Sersale), una grande bara senza fondo, coperta da un panno rosso per la chiesa di Santa Anna e invece nero per la chiesa del Carmine; all’interno si infilavano quattro uomini coperti fino ai piedi dal velluto. Sempre a Sersale, i dolenti con gli amici più intimi recitavano il Santo Rosario; lo ripetevano poi allo scadere della settimana, del mese e dell’anno. A Zagarise invece, i giorni successivi al funerale, gli amici fanno visita ai dolenti e portavano loro caffè zucchero e provole, anche questi segni di solidarietà. A Sellia Superiore il lutto era molto sentito, dal giorno del dispiacere le donne si vestivano di nero, e coprivano persino il capo con i " Maccaturi " ogni qualvolta uscivano di casa; gli uomini invece mettevano la cravatta nera o un bottone sempre nero sulla giacca. Il lutto durava per le donne parecchi anni e oltre al lutto, si proibiva di accendere la televisione, di partecipare ad alcun festeggiamento. Si doveveva uscire il meno possibile da casa. Tutte queste rinunzie finivano dopo un po’ di anni. Nel caso in cui moriva un bambino di età non molto avanzata, tutti i suoi coetanei si vestivano di bianco e solo i genitori si vestivano di nero.
Alcune delle tradizioni religiose fin qui elencate, evidenziano la ricchezza delle nostre tradizioni, una ricchezza da molti non conosciuta e da altri ritenuta assurda ma ancora viva nei ricordi di coloro che vogliono, nonostante i tempi moderni, portarla avanti.
Da - Comunita' Montana Sila Piccola -
La Calabria, come ben noto, fu meta di numerose invasioni che lasciarono una grossa impronta "etico - culturale" nelle miriadi di paesini dislocati dal mare sin sopra la Sila, dando così vita a diverse tradizioni , costumi e culture popolari che ancora oggi, alle soglie del terzo millennio, sono rimaste inalterate. Infatti in ogni zona e paese della regione è possibile trovare tradizioni e costumi che, seppur evidenziano delle caratteristiche comuni tra di loro , si presentano allo stesso tempo singolari e originali. Il Matrimonio può essere identificato come uno di questi riti; esso ha inizio con il "corteggiamento" : la società del passato, con le sue credenze, con la sua rigida morale, non favoriva di certo gli incontri fra i giovani di sesso differente, cosicché il ragazzo aveva la possibilità di scegliere una fanciulla solo quando questa andava in campagna, o a prendere l’acqua o a svolgere qualche altra commissione (ovviamente in tempi ristretti e controllati). Scelta la fanciulla, veniva riferita la scelta e quindi la proposta di matrimonio al padre da parte di un parente o amico (la cosiddetta "mbasciata" ). Il padre-padrone aveva pieni poteri sulla scelta del genero e nella scelta mirava a tutelare l’onore dell’intera famiglia. Se acconsentiva, avveniva il fidanzamento con l’intervento dei familiari da entrambe le parti. Nel caso in cui "malauguratamente" rifiutava, ai due fidanzati non restava altro che scappare di casa per alcuni giorni ("la fujitina") in modo da costringere i genitori a dare il permesso di sposarsi anche perché ormai l’onore della famiglia era stato infangato. Oppure al giovane non rimaneva che conquistare il favore del suocero, cantando insieme i suoi amici una serenata sotto il balcone. Durante il periodo di fidanzamento, ai due fanciulli non era consentito uscire da soli e neanche scambiarsi qualche tenerezza (neanche una stretta di mano). Nelle feste come Natale o Pasqua, le due famiglie si scambiavano il cosiddetto "cannistru" cioè un grande cesto di doni. Con l'avvicinarsi del matrimonio, si iniziavano i preparativi con la conclusione del corredo da parte della ragazza e l’acquisto della casa da parte del ragazzo secondo il detto "a fimmina u corredu l’ominu a casa". L’acquisto dei mobili per l’arredo della futura casa avveniva in modo diverso da paese in paese; infatti mentre a Taverna e a Sorbo, l’uomo arredava la stanza da letto e comprava il corredo per il bagno e le pentole, alla donna toccava il resto della mobilia; a Zagarise , Cerva , Sersale la spesa veniva divisa tra le due famiglie. Un uso molto complesso riguardava anche l’acquisto dell’abito da sposa; nei paesini appena citati era d’uso che venisse comprato o dal ragazzo ,se lavorava, o dalla suocera, che regalava oltre al vestito anche la parure (cioè anello ,girocollo, bracciale e orecchini), ma in genere questo regalo veniva fatto alla ragazza il giorno della promessa. Pochi giorni prima che avvenisse il matrimonio ,nella casa della sposa si procedeva alla stima del corredo da parte dei familiari più intimi di entrambe le parti (Sersale, Cropani). A Sorbo il giorno seguente alla promessa, il corredo veniva mostrato nella casa dei futuri sposi; nei paesini della Pre-Sila addirittura era uso portare in giro per il paese l’intero corredo. Il matrimonio in genere veniva celebrato di domenica; il giovedì precedente al matrimonio, le consuocere preparavano il letto degli sposi con lenzuola di lino bianche. Com’è d’uso ancora oggi, dopo la solenne celebrazione del matrimonio, all’uscita dalla Chiesa agli sposi vengono buttati riso, confetti e monetine, simboli di ricchezza e fecondità. I festeggiamenti continuavano a casa degli sposi dove avveniva il pranzo con l’intervento dei parenti più intimi. Il pranzo era composto da antipasti di sottaceti vari e salami, il primo a base di pasta di casa con polpettine, il secondo con carne di capra o pecora; i festeggiamenti si concludevano con canti, balli e suoni. Il giorno dopo, i parenti e gli amici più intimi erano invitati ad un banchetto (Sersale, Cerva). Coloro che invece non avevano preso parte al matrimonio, portavano i loro doni nei giorni successivi. La prima notte era molto importante per gli sposi, poiché coronavano il loro sogno d’amore concedendosi non solo spiritualmente ma anche fisicamente l’uno all’altra. Il giorno dopo a Sersale (secondo le antiche credenze del luogo) era d’uso appendere le lenzuola sporche di sangue, a testimonianza che il matrimonio era stato consumato e che la sposa era vergine. A Sorbo se lei era vergine, il marito bruciava una sedia e sempre in questo paesino gli sposi uscivano di casa la domenica successiva, con i parenti più intimi, per andare in chiesa. La vita da sposa, per la ragazza, era dedita ai lavori domestici, a filare, tessere e ricamare . Qualche volta andavano in campagna per la raccolta o la mietitura, solo se era in forza, cioè se non era incinta; nel caso in cui lo fosse ,veniva viziata un po’ da tutti, in particolare modo dalla suocera, viziata nel senso che ogni voglia della futura mamma doveva essere esaudita per evitare che sul corpicino del neonato apparissero le sgradevoli voglie o "gulie". Nato il bambino, si doveva rispettare la tradizione (ancora oggi presente) del "rinnovo", in base alla quale il bambino doveva essere battezzato col nome dei nonni paterni. In genere i bambini venivano battezzati a pochi giorni dalla nascita per il semplice motivo che purtroppo la maggior parte di loro non superavano le 48 ore, a causa delle epidemie, della mancanza di medicinali; quindi in caso di morte, i bambini erano purificati dal peccato originale. Per il battesimo, era uso che la madrina portasse in chiesa il bambino comprasse il vestitino bianco e la catenina. Le tradizioni riguardanti i riti funebri sono comuni a tutti i paesini che circondano la Sila; nella maggior parte di essi, alla morte di un componente della famiglia, venivano suonate le campane e sulla porta del defunto veniva posto un pezzo di stoffa nero in modo che tutto il paese si associasse al dolore della famiglia, con tutta la solidarietà possibile. Solidali lo erano anche prima che il defunto morisse: ogni giorno andavano a fargli visita con la speranza di avere buone notizie. A San Pietro, prima che morisse, si riempivano tutti i vasi che si trovavano in casa poiché credevano che, nell’ultima notte del moribondo, venissero a fargli visita le anime dei parenti più cari e che questi assetati trovassero ristoro con l'acqua. In genere la salma, una volta accertata la morte, veniva vestita con l’abito più bello e veniva portata nella stanza migliore, e tutti i mobili venivano ricoperti con lenzuola bianche e posta prima sul letto e poi nella bara che rimane scoperta per molte ore, consentendo ai parenti che risiedono lontano, di giungervi. I dolenti si vestivano tutti di nero (le donne si scioglievano anche i capelli) e si mettevano intorno alla bara, piangenti per la perdita del caro. Gli amici si recavano a casa dell’estinto per fare la visita di condoglianza ai parenti, entravano silenziosi senza salutare nessuno e rimanevano lì un po’ tempo, dopodiché andavano via dando le condoglianze ai familiari. Gli amici più intimi invece, portavano il "consulu" (Zagarise, Sersale, Taverna, Sorbo), un banchetto composto da brodino in segno di consolazione e solidarietà. Durante il trasporto del feretro, che avveniva dopo la chiusura della bara e l’ultima benedizione da parte del prete, le donne continuavano a piangere e in questo corteo, "accumpagnamentu", prendeva parte il popolo e anche le "chiangiature",delle donne pagate per gridare e piangere, che tra un pianto e l’altro, lodavano le gesta del defunto (Petronà, Taverna, Magisano). Questo però era ritenuto un lusso, poiché solo le persone più agiate si potevano permettere la presenza delle chiangiature. Un altro lusso era quello riguardante le "Cutre" (Sersale), una grande bara senza fondo, coperta da un panno rosso per la chiesa di Santa Anna e invece nero per la chiesa del Carmine; all’interno si infilavano quattro uomini coperti fino ai piedi dal velluto. Sempre a Sersale, i dolenti con gli amici più intimi recitavano il Santo Rosario; lo ripetevano poi allo scadere della settimana, del mese e dell’anno. A Zagarise invece, i giorni successivi al funerale, gli amici fanno visita ai dolenti e portavano loro caffè zucchero e provole, anche questi segni di solidarietà. A Sellia Superiore il lutto era molto sentito, dal giorno del dispiacere le donne si vestivano di nero, e coprivano persino il capo con i " Maccaturi " ogni qualvolta uscivano di casa; gli uomini invece mettevano la cravatta nera o un bottone sempre nero sulla giacca. Il lutto durava per le donne parecchi anni e oltre al lutto, si proibiva di accendere la televisione, di partecipare ad alcun festeggiamento. Si doveveva uscire il meno possibile da casa. Tutte queste rinunzie finivano dopo un po’ di anni. Nel caso in cui moriva un bambino di età non molto avanzata, tutti i suoi coetanei si vestivano di bianco e solo i genitori si vestivano di nero.
Alcune delle tradizioni religiose fin qui elencate, evidenziano la ricchezza delle nostre tradizioni, una ricchezza da molti non conosciuta e da altri ritenuta assurda ma ancora viva nei ricordi di coloro che vogliono, nonostante i tempi moderni, portarla avanti.
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Re: Spigolando qua e la'
ma si propiu n'enciclopedia, a mbasciata a fujitina, comu era difficila ma t'avvicinavi a na guagliuna
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Tonino- Numero di messaggi: 856
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